Filippo Ferrari l’esperto di vini

photo credits le mie nozzeUn abito bianco, fine, elegante; la sposa, raggiante. Una collana argentea le impreziosisce il collo, lasciato volutamente nudo, sensuale. Le ginocchia sono scoperte, il portamento quasi regale, sebbene lo sguardo un po’ birichino, giocoso. Felice. Mai volgare.
Praticamente tutti gli occhi della sala sono rivolti a lei, tanto è bella. Le signorine in prima fila la ammirano estasiate, pensando a quando toccherà a loro, se saranno all’altezza, ma il mio benedetto compagno mi chiederà mai la mano santo cielo! Dietro, un brusio di commenti e pettegolezzi sul vestito, sui capelli, sul trucco, è tutto perfetto, ciacolaquì che ciacolalà, ma le scarpe come sono?
O porco boia. Già… le scarpe… Che schifo. Ma che scarpe sono, dailà. Tipo anfibio da alternativo di sinistra o mercanzia del genere, pure sporco e rovinato. Vabbè essere alternativi e de gustibus non disputandum est, però l’estetica è una faccenda seria e il giorno del matrimonio è pur sempre il giorno del matrimonio… E un abbinamento, è pur sempre un abbinamento. Tanti saluti alla sposa perfetta, e le signorine in prima fila commentano, in dialetto veneto: «L’è proprio un pecà, guarda… con quei stivalòn da toso l’à rovinà tut».
Il fatto è che abbinare due elementi in modo corretto rappresenta un modo per valorizzare al meglio quegli elementi stessi. Un abbinamento sbagliato, al contrario, li sciupa, e sciupa con loro tutto ciò che vi sta intorno. Se questo è valido per l’abbigliamento e i suoi accessori, spose di tutto il mondo, donne di tutto l’universo conosciuto e sconosciuto, sappiate che è valido anche per quella cosa così tante volte bistrattata che si chiama… vino. Già, bistrattata, sottovalutata, considerata con grande superficialità, poca cultura. Abbinare in modo corretto il cibo e il vino permette di dare vita ad un pranzo da pascià, oltre che provare un’esperienza gusto-olfattiva di puro piacere fisico, prima che mentale. Ci sono ragioni perché proprio il pranzo del matrimonio non sia un’esperienza di questo tipo? Chiaro che no. Tutto deve essere perfetto, non solo il vestito con le sue scarpe, non solo gli addobbi con i suoi fiori, ma anche l’antipasto con il suo vino, il dolce con il suo vino.
Se no ci sarà sempre qualche signore in ultima fila, quel tipo da loggione brontolone e innamorato del mangiare non tanto con la pancia quanto con la testa, uno di quelli che pensa che il cibo e il vino siano ancora una faccenda importante, che commenterà, in stretto dialetto parmigiano: «Mo guerda ti… son drè a magner pran mel… e il vino, al fa schifo. Peccato, vè, l’era stè tut perfet, fino ad ora…».
In questa rubrica, quasi abusiva nel blog di una uedding plenner (perdonate la mia mania di pronuncializzare le parole. Non sopporto gli inglesismi. Viva le ricchezze locali, la grammatica italiana e il parmigiano-reggiano) mi sforzerò in tutti i modi di spiegarvi con parole semplici come abbinare in modo scientificamente corretto (eh, già, sì. Scientificamente. Le sensazioni gusto-olfattive non si percepiscono a casaccio… Guarda un po’) il cibo e il vino. Come dare risalto a una parte così importante della cerimonia e della giornata delle nozze, il pranzo. Come renderlo perfetto, senza commettere errori (orrori?) grossolani.
Sai mai che qualche veneta in prima fila o parmigiano in ultima sentano il bisogno di esprimere in dialetto il loro disappunto per un abbinamento sbagliato…

Filippo

 

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